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Episodio 99 - Guillermo Del Toro's Frankenstein Chiamami Victor

  • Immagine del redattore: Matteo Marchi
    Matteo Marchi
  • 14 nov 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

Bentornate amiche e amici, in questo 99 episodio vi voglio parlare di un film appena uscito e che ha saputo conquistare il cuore di molti di coloro che lo hanno visto, sto parlando di Frankenstein di Guillermo Del Toro, bentornati su Nitrato d’Argento.

 

Eccoci qui ha parlare di un film che non vi nego aspettavo davvero con tanto interesse, molto probabilmente tutti conoscerete la storia del mostro di Frankenstein ma per tutti quelli che non abbiano mai avuto l’occasione di vedere una trasposizione o leggere l’opera di Mary Shelley, ecco una breve sintesi.

 

Frankenstein è un film del 2025 sceneggiato, diretto e co-prodotto da Guillermo del Toro.

 

La pellicola è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 1818 di Mary Shelley ed è interpretata da Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Charles Dance e Christoph Waltz.

 

Metà del 19 secolo: una spedizione di marinai bloccati nel Polo Nord s'imbatte in un uomo ferito e in una mostruosa creatura che uccide chiunque lo avvicini. L'uomo, una volta in salvo racconta la sua storia, è Victor Frankestein, scienziato ossessionato dalla possibilità di vincere sulla morte e responsabile, della creazione di un essere umano assemblato con pezzi di cadaveri. Deluso però dalla sua creatura, Victor ha però cercato di eliminarla scatenando la sua ira. Ma se il suo racconto non fosse il solo possibile? Se anche il mostro raccontasse la sua versione, facendo così capire il suo desiderio di comprensione?

 

Con questo interessante incipit inizia la nostra storia, premetto che la mia analisi a questo film si baserà in maggior parte sulla visione dello stesso e mi permetterò di fare pochi paragoni con l’opera di Mary Shelly che io stimo moltissimo ma che ammetto di aver letto solo parti e non nella sua completezza e quindi non sono in grado di fare un completo parallelismo tra il romanzo e la trasposzione.

Quello che farò quindi è una analisi sulla visione autoriale di Guillermo Del Toro, cercando di spiegare quali siano probabilmente i messaggi che il regista ha voluto leggere nell’opera di Mary Shelly e di quali lui abbia voluto trasmettere.

 

Quello che di tutta la storia colpisce di più secondo me è la visione introspettiva del mostro e di come il legame che lo leghi a Victor crei una connessione unica e a tratti ambigua.

 

Il film è suddiviso in parti, Preludio, costituito essenzialmente dalla parte che vi ho già introdotto nella descrizione della trama, la parte uno, il racconto di Victor, e la parte due, il racconto del mostro.

 

Mentre sulla parte del preludio non ho nulla da dire, a parte il fatto che ci inserisce in modo magistrale all’interno della storia, grazie anche all’incredibile lavoro di fotografia, elemento tra l’altro presente durante tutto il lungometraggio, e che grazie al suo attento studio, dello spazio scenico, delle luci e della scenografia rende l’opera qualcosa di davvero godibile e unico.

Vorrei spendere due parole sulla parte uno del racconto, questa a parer mio nei primi minuti forse un po' troppo lenta, capisco perfettamente che spesso nei racconti l’opera fatica a partire, ma molto probabilmente visto l’eccellente equilibrio narrativo del preludio, un ritorno ai ritmi lenti di narrazione può creare l’effetto straniante di eccesiva lentezza, imputo questa sensazione proprio allo stridore tra action iniziale e inizio del racconto vero e proprio con la parte uno.

Sono sicuro che molti di voi non considereranno questo un difetto di per sé ma come sapere quando un film è di qualità io in ogni caso proprio per questo faccio un’analisi al dettaglio dell’opera in questione.

Tornando all’analisi della parte uno ci viene mostrata la giovinezza di Victor, interpretato in maniera convincente dal poliedrico Oscar Isaac, che cu mostra come il difficile rapporto di Victor con il padre(interpretato dall’eccellente Charles Dance) lo porta ad un attaccamento molto forte con la madre, interpretata da Mia Goth che in maniera intelligente all’interno del film interpreterà l’interesse amoroso di Victor, in un interessante parallelismo con un complesso di Edipo non risolto indice di quella voragine affettiva che la morte della madre ha lasciato nel giovanissimo Victor.

L’ossessione per la vittoria dell’uomo sulla morte è forse una riflessione anche su una certa visione della medicina moderna che per un forte periodo, e forse in alcuni casi anche oggi colpisce i medici, cercare di battere dio, o meglio di sostituirsi ad esso e farne le veci, per fermare l’unica certezza che tutti gli uomini hanno, quella della morte.

 

Nella sua ricerca ossessiva Victor stringe un’alleanza con un industriale interpretato da Christoph Waltz, ormai navigato nello sviluppo di personaggi ambigui e oscuri, anche lui ossessionato dalla morte, e per un motivo che durante la storia scopriremo.

 

Alla fine della ricerca, Victor riesce a creare la sua creatura ed è da quel momento che secondo me inizia la vera parte interessante. Victor infatti dice una cosa molto importante, mi sono sempre concentrato sulla procedura di creazione, ma mai sul dopo.

Questo dimostra quindi quanto l’ossessione per battere dio non avesse una vera e propria motivazione, quanto più il gesto in sé, un gesto di ribellione alle sofferenze vissute durante la sua vita, uno sberleffo alle azioni del padre, che sempre preferiva il figlio secondo genito, il sostituirsi al padre che nonostante fosse il miglior chirurgo in circolazione ha lasciato morire la madre, o meglio ha deciso di lasciarla morire.

 

Ironicamente però Victor compie gli stessi errori del padre, e compie l’errore di pensare che la creatura da lui creata sia perfetta esteticamente ma non intellettualmente, dimenticandosi del fatto che essa è come un bambino, e come esso, necessita di amore, comprensione e di tempo per sviluppare una coscienza propria e un proprio carattere.

L’unica parola che il mostro sa dire e Victor, ma essa in realtà cambia nel momento in cui conosce Elizabeth, l’interesse amoroso di Victor, il significato è più che mai evidente, diceva Victor perché per lui era tutto il suo mondo, nulla importava al di fuori di colui che era più che un padre, un creatore, un dio.

Elizabeth si apre un varco nel suo cuore perché ella è l’unica ha vederlo per ciò che è realmente, una creatura meravigliosa e pura, lontana dalla corruzione che colpisce l’uomo adulto, contaminato dai mali del mondo.

 

Nella parte due invece impariamo a comprendere meglio l’anima del mostro, se infatti nella parte uno è dubbio se la creatura abbia o meno quella che viene definita la scintilla dell’intelletto e della anima, della parte due ci diviene più chiaro il concetto che essa non nasce semplicemente dal nulla, ma è frutto di uno sviluppo cognitivo dettato dalla coscienza.

La creatura fugge e si ritrova a condividere la socialità, anche se è una socialità parziale, monodirezionale, visto che lui acquisisce la percezione di anima del bosco, figura silenziosa che aiuta la famiglia che lo accoglie senza saperlo, e li comincia a imparare a parlare, a condividere la propria presenza con altri, e così inizia davvero a comprendere qual è il suo posto nel mondo.

Questa comprensione continua quando il rapporto tra lui è uno degli abitanti della casa si stringe viene infatti accolto da un vecchio cieco, interpretato da David Bradley(Argus Gazza in Harry Potter) che non vedendolo e non giudicandolo quindi dall’aspetto lo tratta come un suo pari, dandogli quindi il valore che prima nessuno gli aveva dato.

L’ulteriore evoluzione si ha quando impara a leggere e grazie a questo costruisce un proprio mondo interiore, comprende ciò che lo circonda e lo spinge a voler comprendere davvero chi è.

Una volta compreso la sua natura però capisce anche che la sua condizione è una condanna, o almeno così la percepisce, non è vivo come gli umani, ma non può nemmeno condividere con lo la sorte finale, non può morire.

Parte alla volta del suo creatore che nel frattempo ha cercato di mettersi alle spalle le sue terribili azioni.

 

In un finale struggente e davvero molto emotivo, ciò che traspare è una metafora potente della condizione umana.

 

La creatura attraversa in realtà tutti quegli stadi che sono comuni agli uomini durante la loro vita, nascita, attaccamento ai propri familiari, costruzione del carattere e del mondo interiore, distruzione e ricostruzione costante, lo dimostrano tutti i tentativi da parte degli uomini di distruggerlo, di abbatterlo e ciò nonostante, egli decide di rialzarsi e andare avanti. Questa metafora calza bene con tutte le persone che nella loro vita hanno visto il proprio cuore, la propria essenza, venire distrutta, abbattuta dalle circostante e ricostruita ogni volta, come un mostro che, fatto dei pezzi delle proprie esperienze giunge alla conclusione che si rialza ancora una volta, non per vendetta, o per gesto atletico, ma proprio perché se si deve vivere in questo mondo, bisogna imparare a rialzarsi.

 

Il film di Guillermo Del Toro non si interroga solo sulla creazione del mostro, se sia giusta o meno, ma più che altro si interroga su quello che muove il mostro, sul significato di cosa significhi essere umano in un mondo che spesso è crudele e difficile ma che a volte cela dietro le sue brutture un’occasione per essere vissuto, magari non nel modo che avremmo immaginato, ma nel modo che cerchiamo in tutti i modi di raggiungere, liberi dall’idea che gli altri hanno di noi, ma rinfrancati da una costruzione del sé solo nostra.

 

Prima di concludere voglio spendere ancora qualche parola per elogiare l’incredibile lavoro di make up fatto dai truccatori, ho letto che secondo alcuni questa versione meno mostruosa della creatura è stata fatta per farci empatizzare di più con essa, ed io mi sento di rispondere con un: e allora? Cosa c’è di sbagliato? Questa è la versione di Guillermo Del Toro, è una versione meno grottesca e più realistica, perché nel trucco ritornano tutte le cuciture le suture su cui Victor ha messo mano, e può portarci ad un maggiore legame con questa sofferta creatura.

 

Grazie per avermi seguito fin qui, spero di avervi dato gli strumenti per decidere se guardare o meno quest’opera, come avrete capito secondo me è un film da non farsi scappare, sono certo che dopo la visione vi scatterà come a me la voglio di leggere il romanzo, che resta in ogni caso l’opera migliore su cui riflettere.

Grazie per avermi seguito, noi ci vediamo qui la prossima settimana con l’episodio cento, sarà un episodio molto particolare, ma per scoprire di cosa si tratta dovrete aspettare una settimana, vi ricordo di seguire il Podcast se ancora non lo avete fatto su Spreaker, Spotify o Audible, e di dare un’occhiata al blog dove ci sono tutte le trascrizioni per non udenti degli episodi, buon venerdì e buon fine settimana, io sono Matteo e questo è Nitrato d’Argento.


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