Episodio 108 - La valle dei sorrisi
- Matteo Marchi

- 16 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Bentornate amiche e amici, finalmente posso parlarvi di un film che è uscito un po' di tempo fa ma che ancora non ero riuscito a portarvi in uno degli episodi del podcast, oggi parliamo di La valle dei sorrisi, bentornati su Nitrato d’Argento.
Eccoci in un nuovo episodio, come vi dicevo nella introduzione a questo episodio oggi voglio concentrarmi su un film uscito di recente che però non ha avuto la fortuna di restare molto al cinema, parlo di La valle dei sorrisi, ma come sempre prima di approfondire, ecco la trama:
La valle dei sorrisi è un film del 2025 diretto da Paolo Strippoli.
In un tranquillo paese di montagna un insegnante di educazione fisica si trasferisce per lavoro. Scopre presto che l'apparente serenità del luogo nasconde un inquietante segreto che minaccia di alterare la sua vita e quella degli abitanti.
Questo film è diretto da Paolo Strippoli un nome che forse i più appassionati di horror italiano avranno già avuto modo di conoscere, lui infatti è il regista di un film uscito un po' di anni fa e che ha avuto nel periodo recente una meritata attenzione da parte di chi tiene sempre d’occhio il panorama italiano del film d’autore.
Il film è A Classic Horror Story e anche questo film mescola il genere horror italiano a quello americano e cerca di dare nuova linfa vitale all’horror nostrano, un genere che in Italia, a parte alcuni casi, era rimasto fermo ai film di Dario Argento di alcuni anni fa.
Rispetto al film precedente in cui si vedeva ancora una certa amatorialità nella esecuzione della regia qui è evidente un salto in avanti, sia con la regia sia con la fotografia.
Bisogna anche dire che forse il tono amatoriale del film precedente un po' era anche voluto in quanto il film andava a trattare alcuni temi dell’horror, non è quindi da escludere che in parte l’esecuzione fosse da imputare a quello.
Questo film parte con un inizio interessante, il protagonista, Sergio, interpretato da Michele Riondino è un uomo distrutto, ha perso qualcuno e il dolore è talmente forte da non riuscire nemmeno a dormire la notte. L’arrivo a Remis, questa apparentemente tranquilla cittadina in una zona sperduta delle alpi innesca qualcosa che cambierà sia la sua sorte che quella dei suoi abitanti.
Sergio arriva in quella cittò in veste di supplente di educazione fisica, da ex campione olimpico di Judo infatti sembra godere della stima degli abitanti della città.
Dopo aver dato di matto in un bar, Sergio infatti beve molto, non trovando altro modo per affrontare il suo dolore, viene portato da Michela, interpretata da Romana Vergano, in un posto dove, dopo aver fatto un offerta gli viene detto di abbracciare Matteo, un suo studente con cui aveva già fatto la conoscenza a scuola, dopo l’esitazione iniziale decide di abbracciare il ragazzo e questo gli lava via tutto il senso di colpa.
Da questo momento le cose sembrano prendere una piega strana e come sempre cercherò di mettere al minimo gli spoiler in modo da non rovinarvi la visione del film.
Questo film, come mi capita di dire spesso quando si parla di un buon film, ha più livelli di lettura, quella che ho deciso di dargli io è una, ma sono sicuro che ognuno di voi troverà la propria lettura, che potrebbe essere o meno simile alla mia.
Questo film secondo me si pone come una grande metafora di come è possibile affrontare il dolore.
La figura di Matteo, che con il suo potere riesce a lavare via dalle persone il dolore e il senso di colpa è una figura che è possibile accostare a un santo o a Gesù stesso ma questa in effetti è la lettura che ne danno gli abitanti del villaggio che lo elevano a santo della città.
La versione che ne leggo io invece ha un’altra prospettiva, Matteo è l’emblema di quelle persone estremamente empatiche, sensibili e che spesso sono spinte ad aiutare gli altri in modo estremo, spesso a scapito della loro salute personale. Quando Sergio chiede a Matteo cosa gli piace fare davvero, aldilà di quello che fa con le sue sedute, Matteo risponde che fa stare bene le persone, il ragazzo non ha altre cose nella sua vita, è stato allevato dal padre e dagli abitanti della città come una figura di salvezza che però da un lato non può fare nient’altro.
Gli abitanti della città dal canto loro decidono di non affrontare il dolore, diventano dipendenti da Matteo perché grazie a lui riescono temporaneamente ad alleviare il dolore. Gli abitanti della città preferiscono non affrontare il dolore ma trono una scappatoia, in pratica sostituiscono una dipendenza con un’altra, a scapito del povero Matteo che più assorbe il loro dolore più peggiora.
Anche la figura di Sergio sembra andare in quella direzione all’inizio, ma per buona parte del film rifiuta però di tornare ad abbracciare Matteo, questo perché in parte vuole affrontare il proprio dolore e in parte perché ha paura di quello che effettivamente Matteo con quegli abbracci gli sta portando via.
Tutto il film è una metafora come vi dicevo all’inizio di come è possibile affrontare il dolore, da un lato abbiamo chi si carica del peso del mondo il dolore degli altri, Matteo, che educato in questo modo cerca di fuggire da questa sua missione, dall’altro abbiamo gli abitanti di Remis che piuttosto che affrontare il dolore caricano il ragazzo del proprio peso.
In mezzo a questo strano clima ci sono due figure, Sergio che da elemento esterno cerca di capire e si sposta dallo sconcerto all’affetto verso questo ragazzo in cui probabilmente vede una possibilità di riscatto, fino al combattere tra il potere del ragazzo e l’accettazione. Dall’altro però abbiamo Pichler, un uomo che cerca di avvisare Sergio del pericolo, un uomo che vive al di fuori della società e che ha deciso di non affidarsi a Matteo per alleviare il proprio dolore ma anzi decide di affrontarlo.
Tutti questi personaggi mostrano i diversi modi in cui si può affrontare il dolore e nel finale, di cui non dirò cosa succede, abbiamo un colpo di scena che rimette tutto in discussione e in cui possiamo vedere quanto ancora una volta il senso di colpa ci spinga a compiere azioni terribili, verso di noi o verso gli altri.
Il film secondo me è un racconto riuscito, la storia è narrata molto bene e gli attori fanno davvero un ottimo lavoro, è davvero bello, in un mondo fatto di fiction televisive con attori che spesso non si capisce perché abbiano deciso di fare gli attori, vedere invece un prodotto attento e studiato dove si cerca di raccontare una storia dalle tinte horror che però racconta qualcosa di ancora più importante.
L’opera non è esente da difetti, alcuni punti sono un po' ostici, come alcune scene di massa e anche il finale non mi ha convinto al cento per cento, però forse è perché devo ancora digerirlo, questo un paragone totalmente di gusto, dal punto di vista tecnico va benissimo che finisca in quel modo, essendo un horror non sarebbe potuto finire molti altri modi.
La regia come dicevo è fatta bene, c’è una bella fotografia, forse la colonna sonora secondo me poteva essere fatta meglio, ma molto probabilmente la scarsa presenza di musica è una scelta ben precisa per dare risalto ai suoni che riempiono i silenzi della città, effetti sonori ben studiati e attenti come spesso non se ne vedono in altri film.
Nel complesso il film è davvero un bellissimo racconto horror che fa l’occhiolino a opere come Hereditary e Midsommar ma che non copia e basta, prende spunto e trova la sua via, raccontando qualcosa di originale e ben scritto.
Vi ringrazio per avermi seguito fin qui, spero che la mia analisi vi sia piaciuta, vi ricordo che se volete iscrivervi al canale siamo disponibili su Spreaker, Spotify e Audible, inoltre è disponibile la trascrizione per non udenti sul mio blog, trovate il link tra le info del Podcast, noi ci vediamo qui la prossima settimana, buon venerdì e buon fine settimana, io sono Matteo e questo è Nitrato d’Argento.



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