Episodio 139 Tra i boschi irlandesi con Hokum
- Matteo Marchi

- 21 ago
- Tempo di lettura: 5 min
Bentornate amiche e amici, nell’episodio di oggi vi voglio parlare di un film uscito di recente che ha saputo creare interesse anche per l’atmosfera affascinante e per una regia davvero per costruita, oggi parliamo di Hokum, bentornati sul Nitrato d’Argento.
Eccoci qui care amiche e amici, oggi come anticipato nella intro di questo episodio ho deciso di parlarvi di un film che fin dall’annuncio ha smosso in me una certa curiosità. Vuoi per l’attore protagonista, Adam Scott, conosciuto a tutti per Scissione, serie davvero incredibile che gli ha portato grande notorietà ma che ha mostrato anche il talento artistico che può tirare fuori, vuoi per l’atmosfera irlandese, o per la struttura della storia che riprende a piene mani il genere di horror folkloristico che mi è tanto caro e che se sviluppato bene può portare e molti interessanti risvolti.
Come sempre però per tutti quelli che ancora non hanno visto il film ecco una breve sintesi.
Diretto da Damian McCarthy e interpretato da Adam Scott, il folk horror Hokum (2026) segue lo scrittore solitario Ohm Bauman in una remota locanda irlandese per disperdere le ceneri dei genitori. Trafitto da visioni e dai racconti di una strega che infesta la suite nuziale, Ohm assiste a misteriose sparizioni.
Devo avvertirvi che potrei fare qualche piccolo spoiler sulla parte finale, ovviamente quando avverrà vi avviserò in anticipo, lo farò proprio alla fine, in modo che se volete evitarvi in finale basterà interrompere la recensione e magari finire di ascoltarla quando avrete visto il film.
La prima parte che mi ha davvero conquistato di questo film è l’uso molto intelligente che il regista fa dei generi contenuti in questo film, mescolando assieme horror, giallo, thriller, folklore e dramma psicologico.
Una regola che sanno bene tutti quelli che lavorano nel cinema ma più in generale nella narrazione è che più tematiche vuoi inserire in una storia più è difficile tenerle assieme e mantenere una coerenza narrativa. Quante volte ci è capitato di vedere film con troppa carne al fuoco che durante il dipanamento della storia finiva inevitabilmente per essere bruciata?
In questo film tutte queste tematiche vengono tenute in piedi in maniera intelligente e dosandole ogni volta con la giusta misura, in ogni momento il film sembra vertere verso un tipo di narrazione, in alcuni casi sembra che gli eventi che accadono siano di natura umana, come la morte di una ragazza nell’hotel dove si trova il protagonista, mentre in altre scene sembra che ci sia lo zampino di un’entità soprannaturale, e questo equilibrio si mantiene fino alla fine quando una scena in particolare ci fa capire come siano andate veramente le cose ma ci da anche uno spunto utile per la riflessione finale sull’opera.
Come dicevo all’inizio della recensione l’altro elemento che per me è stato fondamentale nella scelta della visione di questo film è l’atmosfera irlandese. Sono un grande amante di quei paesaggi, la Scozia su di me ha un grande fascino ma anche l’Irlanda mi smuove un certo interesse e finalmente dal punto di vista filmografico qualcosa si sta muovendo da quelle parti.
La vera scoperta di questo film infatti, oltre all’ottima regia come go già detto, sono gli attori, a parte il protagonista che è americano, tutti gli altri personaggi che popolano la storia sono interpretati da attori irlandesi e hanno davvero un’ottima capacità recitativa.
Voglio spendere due parole su un attore che mi ha davvero colpito molto, David Wilmot, che interpreta Jerry, il barbone hippie che vive nei dintorni nell’hotel ha delle doti recitative davvero notevoli, capace di trasmettere attraverso gli occhi tutta una gamma di emozioni davvero consistente, con la sua recitazione crea un personaggio che apparentemente sembra solo di contorno ma che in realtà capiamo avere uno spessore non indifferente. Non a caso David Wilmot viene dal teatro e la sua cinematografia è ricca di opere interessanti, è comparso nell’Alienista e in House of Guinnes.
Come vi dicevo il film riesce con sapiente attenzione a spostarsi dalla scomparsa di una delle co-protagoniste fino al viaggio di auto accettazione di un trauma profondamente radicato nella mente del protagonista.
Il protagonista è uno scrittore e come tutti gli artisti riversa nelle sue opere i suoi traumi non risolti.
Ho trovato davvero suggestivo come all’inizio e alla fine la storia dei protagonisti del libro dello scrittore siano di fatto lo specchio della parte più profonda del subconscio di lui e di come questi di fatto stiano suggerendo allo spettatore quello che di fatto muove il protagonista.
Altro elemento interessante è l’uso dei flashback, questi infatti ci appaiono molto vividi, quasi da farci sentire parte della scena, come se questi, anche se di fatto eventi già successi, in qualche modo possano lederci anche solo guardandoli.
L’uso di certi tipi di riprese, come un bellissimo piano sequenza che per certi versi ha del teatrale, nel senso che potrebbe benissimo essere riprodotto a teatro mantenendo la stessa tensione e orrore, ci mostra che questo regista sa cosa sta facendo e non ci confeziona un semplice horror ma cerca di regalarci qualcosa di unico e d’autore.
Questo film ci mostra come, quando si ha la voglia e la buona volontà, si può creare un’opera che apparentemente sembra essere la classica storia banale dello scrittore che va in un hotel maledetto e che si ritrova suo malgrado ad affrontare il male, in una storia che invece mette in tavola un’opera profonda che parla di perdita, di depressione e di accettazione, il tutto inserito in un contesto di folklore con attori davvero in grado di sostenere la storia.
Bene, ora che abbiamo dipanato la storia senza fare spoiler, come annunciato all’inizio, ci tengo a fare un breve approfondimento legato al finale del film, leggermente fumoso per certi versi.
Se non volete sapere il finale quindi fermatevi qui e riprendete l’ascolto quando avrete visto il film.
Il finale riflette l’accettazione del protagonista di ciò che ha fatto da bambino, giocando con la pistola del padre infatti, ha inavvertitamente fatto partire un colpo e questo ha preso la madre uccidendola.
Accettando questo e perdonandosi di riflesso anche i protagonisti del suo libro che alla fine sono giunti all’idea che uno dei due debba morire, l’adulto per liberare una mappa da una bottiglia di vetro sigillata deve spaccarla sul cranio del bambino, chiaro significato che lo scrittore adulto vorrebbe uccidere in sé bambino per ciò che ha fatto alla madre, trasforma la scena e prima fa dire all’adulto di sacrificare se stesso come atto di pentimento per come ha trattato in tutti quegli anni in sé bambino e questo gli permette di perdonare se stesso e il se bambino, il conflitto tra la parte infantile e la parte adulta cessa e finalmente può trovare la pace.
L’intero film è un percorso di rinascita da un trauma che porta i due lati della psiche dello scrittore terribilmente scissi dopo la morte della madre a trovare finalmente un legame e una riunificazione, è un messaggio davvero importante soprattutto in un contesto come quello della morte che può lasciare segni evidenti in tutti, specialmente in un bambino.
Consiglio questo film a tutti gli appassionati dell’horror ma anche a chi più in generale apprezza anche un buon thriller, come detto all’inizio questo film infatti coniuga molto bene vari generi e a parte qualche jumpscare credo possa essere visto anche da chi non mastica molto in mondo degli horror.
Grazie per avermi seguito fin qui, vi invito a seguire il podcast sui vari social, siamo disponibili su Spreaker, Spotify, sul canale youtube e sul canale Instagram, vi ricordo inoltre che è disponibile la trascrizione per non udenti sul mio blog, trovate il link tra le info del Podcast, io vi auguro un buon venerdì e un buon fine settimana, io sono Matteo e questo è Nitrato d’Argento.



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